Ci sono attori che interpretano personaggi. E poi ci sono attori che finiscono per modificare il nostro modo di guardare il mondo attraverso i personaggi che hanno interpretato. Non perché il personaggio li abbia divorati, ma perché, una volta passato attraverso il loro corpo, qualcosa dell’immaginario collettivo non torna più esattamente come prima. Tim Curry appartiene a questa seconda categoria.
La sua figura artistica si è costruita per decenni attorno a una zona di confine: tra maschile e femminile, desiderio e repulsione, commedia e orrore, seduzione e minaccia, artificio e realtà. Una zona che potremmo chiamare, con un termine caro alla filosofia e alla psicoanalisi, il perturbante: quel momento in cui ciò che conosciamo smette improvvisamente di essere familiare e qualcosa che dovrebbe rassicurarci diventa inquietante. Curry non è stato soltanto un interprete del perturbante. In un certo senso, ne è stato un filosofo senza averne mai avuto bisogno di dichiarare la teoria. Lo ha praticato con il corpo.
Il suo strumento non era soltanto la voce, né il trucco, né la recitazione. Era l’ambiguità stessa. Ed è forse questo che rende la sua eredità molto più complessa di quella di una semplice icona pop. Per una generazione intera Tim Curry ha avuto almeno due volti apparentemente inconciliabili.
Il primo è quello di Dr. Frank-N-Furter, il “sweet transvestite” di “The Rocky Horror Picture Show”. Corsetto, tacchi, calze, trucco, pelle esposta, voce teatrale, sessualità esibita. Ma definire Frank-N-Furter semplicemente un’icona queer sarebbe quasi riduttivo, perché significherebbe ricondurre a una categoria contemporanea un personaggio che, nella sua forma originaria, vive proprio della sua irriducibilità. Frank non chiede di essere classificato. Chiede di essere guardato. E soprattutto desiderato. Quando The Rocky Horror Picture Show arriva al cinema nel 1975, Curry porta nel mainstream un corpo che rifiuta la disciplina delle categorie. Frank-N-Furter è maschile e femminile, teatrale e carnale, ridicolo e minaccioso, artificiale e potentemente erotico. Non cerca di dimostrare che la propria diversità è innocua. Non chiede tolleranza. Non cerca di diventare comprensibile. Occupa lo spazio.
Questa è una delle ragioni per cui la sua importanza per la cultura queer è difficile da misurare soltanto attraverso il concetto di rappresentazione. Frank-N-Furter non è semplicemente “un personaggio queer” che compare sullo schermo. È una perturbazione della grammatica stessa attraverso cui lo spettatore dovrebbe distinguere il maschile dal femminile, il desiderabile dall’indesiderabile, il rispettabile dal trasgressivo.
Il suo corpo non risponde alla domanda “che cosa è?”. La rende una domanda insufficiente.
Ed è qui che Rocky Horror diventa qualcosa di più di un musical camp e di più di una provocazione sessuale. Diventa un rito collettivo attraverso il quale generazioni di spettatori hanno imparato che la propria stranezza non doveva necessariamente essere curata, nascosta o spiegata. La cultura queer ha trovato in Frank una figura di liberazione non perché fosse rassicurante, ma precisamente perché non lo era. Curry non rende il diverso innocuo. Lo rende desiderabile.
E questa differenza è enorme.
Per molto tempo il cinema ha avuto una relazione ambigua con ciò che eccedeva la norma. Il diverso poteva essere ridicolizzato, punito, corretto oppure trasformato in mostro. La deviazione diventava spesso una colpa estetizzata. Frank-N-Furter interrompe questa logica. Il corpo che dovrebbe stare ai margini diventa il corpo attorno al quale ruota la scena. La creatura che dovrebbe essere osservata diventa quella che osserva.E lo spettatore, quasi senza accorgersene, si ritrova nella posizione dell’osservato. È una piccola rivoluzione.
Ma poi esiste l’altro Tim Curry. Quello che, per moltissimi bambini cresciuti tra gli anni Ottanta e Novanta, non aveva nulla di liberatorio. Era semplicemente terrificante. Pennywise. Nel 1990, nella miniserie televisiva It, Curry interpreta il clown creato da Stephen King e realizza una delle incarnazioni più memorabili dell’orrore televisivo. Ma ancora una volta ciò che rende il personaggio disturbante non è soltanto il trucco. È l’ambiguità.
Pennywise sorride quando dovrebbe minacciare. Parla quando dovrebbe tacere. Gioca quando sappiamo che sta per uccidere. La sua voce sembra continuamente oscillare tra il divertimento e la predazione. Il clown dovrebbe appartenere al mondo dell’infanzia. Curry lo trasforma in qualcosa che l’infanzia non riesce più a riconoscere. Ed è precisamente qui che il perturbante torna a funzionare. Perché il perturbante non è semplicemente ciò che fa paura. È ciò che fa paura proprio perché, in qualche modo, lo conosciamo già.
La bambola. La casa. Il volto. Il clown. Il sorriso. La voce. Il gioco. Non abbiamo paura soltanto del mostro. Abbiamo paura della possibilità che il familiare contenga da sempre qualcosa che non avevamo visto. Da bambino, guardare “It” significava avere paura di Pennywise, certo. Ma anche del buio, degli angoli delle stanze, delle porte chiuse, delle tubature, degli spazi apparentemente vuoti, di cosa si annidava sotto al letto. Significava scoprire che il mondo quotidiano non era necessariamente un luogo sicuro.
E questa è una delle funzioni più profonde dell’horror: non mostrarci semplicemente qualcosa di mostruoso, ma insegnarci che il mostruoso può abitare dentro ciò che credevamo normale. Curry lo aveva già fatto con Frank-N-Furter. Solo nella direzione opposta. In Rocky Horror, prende ciò che la società considera estraneo e lo porta al centro della scena. In It, prende ciò che dovrebbe essere familiare e lo rende estraneo.
Da una parte il diverso viene liberato dalla periferia. Dall’altra il centro viene contaminato dal diverso.
Frank e Pennywise sembrano dunque appartenere a due universi opposti. Uno seduce, l’altro divora. Uno celebra il desiderio, l’altro lo usa come esca. Uno è una fantasia sessuale liberata, l’altro un incubo infantile. Eppure entrambi fanno esattamente la stessa cosa. Entrano nello spazio degli altri senza chiedere il permesso. È questa la continuità segreta della carriera di Tim Curry. Il perturbante non è una parentesi della sua filmografia. È il principio che la attraversa.
Il “Signore delle Tenebre” di Legend ne è un’altra manifestazione: un corpo smisurato, barocco, erotico e demoniaco, costruito come se il fantasy fosse stato attraversato da una fantasia gotica e teatrale. Curry non interpreta semplicemente il male: lo mette in scena come spettacolo, trasformandolo in una presenza che seduce mentre minaccia. E poi ci sono “Wadsworth in Clue”, Rooster in “Annie”, il concierge di “Home Alone 2”, Long John Silver in “Muppet Treasure Island”. Personaggi diversi, spesso comici, talvolta caricaturali, ma accomunati da una qualità precisa: la presenza. Curry non entra mai completamente nel personaggio fino a scomparire. Lo espande. Lo rende più grande della realtà. È una caratteristica profondamente teatrale.
Prima ancora che essere una star cinematografica, Tim Curry era un attore di teatro. E il teatro gli aveva insegnato qualcosa che il cinema tende spesso a dimenticare: che il corpo dell’attore non è semplicemente un involucro attraverso cui raccontare una storia. È già un linguaggio. La postura parla. La voce parla. Il modo di camminare parla. Un sopracciglio può diventare una dichiarazione. Una pausa può diventare una minaccia. Un sorriso può contenere contemporaneamente desiderio, ironia e pericolo. Curry aveva questa capacità rara: non interpretava soltanto il personaggio, interpretava la sua energia. Per questo i suoi personaggi non sembrano mai del tutto realistici. E non devono esserlo.
Appartengono a una tradizione in cui l’attore non deve necessariamente scomparire dentro la maschera. Può invece rendere la maschera più evidente, più artificiale, più esagerata, fino a trasformarla in verità. È una sensibilità profondamente camp. Ma il camp, in Curry, non è soltanto ironia. È una forma di potere. Perché l’esagerazione permette di mettere a nudo ciò che la normalità cerca di nascondere. Il genere. Il desiderio. La paura. La costruzione del corpo. La costruzione dell’identità. Il bisogno ossessivo di classificare. Frank-N-Furter e Pennywise, allora, possono essere letti come due facce della stessa domanda culturale: che cosa accade quando ciò che abbiamo relegato fuori dalla norma torna a guardarci? Frank guarda lo spettatore e gli dice: forse il tuo concetto di normalità è troppo piccolo. Pennywise lo guarda e gli dice: forse ciò che chiami normale non è affatto sicuro. Uno libera il mostro. L’altro lo introduce dentro la casa.
Ma entrambi destabilizzano il confine. Ed è proprio il confine, in fondo, il grande tema di Tim Curry. Il confine tra uomo e donna. Tra attore e personaggio. Tra erotismo e orrore. Tra risata e paura. Tra bambino e adulto. Tra ciò che desideriamo e ciò che ci spaventa. Curry ha trascorso la sua carriera attraversando questi confini senza mai preoccuparsi troppo di renderli più netti. E forse proprio per questo la sua influenza sulla cultura queer è stata tanto duratura. Perché la cultura queer non ha bisogno soltanto di personaggi che dichiarino una identità. Ha bisogno anche di immagini che dimostrino, visivamente, che l’identità può essere instabile, teatrale, performativa, contraddittoria.
In questo senso Frank-N-Furter anticipa una sensibilità che sarebbe diventata sempre più centrale nella cultura pop: l’idea che il genere non sia soltanto qualcosa che si è, ma anche qualcosa che si mette in scena, si attraversa, si manipola. Curry non lo spiegava. Lo faceva. Con il corpo. Con la voce. Con la postura. Con il piacere quasi provocatorio di essere impossibile da sistemare in una casella. Ed è forse questo il motivo per cui la sua immagine è sopravvissuta alle epoche. Non perché appartenga perfettamente a un’epoca. Ma perché continua a disturbare le categorie di ogni epoca.
Da bambini guardavamo Pennywise e vedevamo un mostro. Da adulti possiamo riguardarlo e vedere l’attore. E allora la paura cambia. Non scompare, ma si stratifica. Dietro quel sorriso vediamo il controllo della voce. Dietro il trucco vediamo il corpo. Dietro la minaccia vediamo il ritmo. Dietro il mostro vediamo una scelta estetica precisa. Cominciamo a comprendere che il terrore non nasce soltanto da ciò che vediamo. Nasce da come qualcuno ci insegna a guardarlo. Questa è forse la grande eredità di Tim Curry. Non averci insegnato semplicemente ad accettare il diverso. Sarebbe una conclusione troppo semplice. Ci ha insegnato qualcosa di più scomodo: a riconoscere quanto della nostra paura dipenda dal bisogno di classificare ciò che abbiamo davanti. Il diverso ci inquieta quando non sappiamo dove collocarlo. Il perturbante nasce proprio lì. Nel punto in cui la nostra mappa smette di funzionare.
Curry ha costruito gran parte della propria arte in quella zona senza coordinate. Ha preso il corpo che non sapevamo nominare e lo ha trasformato in spettacolo. Ha preso il sorriso che avrebbe dovuto rassicurarci e lo ha trasformato in minaccia. Ha preso il mostruoso e gli ha dato fascino. Ha preso il desiderio e gli ha restituito il suo potere perturbante. Per questo Tim Curry non è soltanto Frank-N-Furter. Non è soltanto Pennywise. È il punto in cui Frank e Pennywise possono, per un istante, essere letti come parte della stessa filosofia del corpo: ciò che non sappiamo classificare ci costringe a guardarci mentre cerchiamo di farlo. Ed è una lezione profondamente queer, ma anche profondamente horror. Perché tanto la cultura queer quanto l’horror hanno spesso lavorato sulla stessa ferita: il terrore di ciò che non rientra nell’ordine. La differenza è che una cultura può trasformare quella paura in liberazione, mentre l’altra può trasformarla in incubo. Tim Curry ha saputo fare entrambe le cose. Ha dato un volto al desiderio che rifiuta di essere disciplinato. E ha dato un volto alla paura che nasce quando il familiare improvvisamente ci appare estraneo. Due sorrisi. Due mostri. Due possibilità. E una sola, straordinaria capacità: costringerci a guardare un po’ più a lungo di quanto avremmo voluto. Anche quando avevamo paura. Forse soprattutto allora.
La morte di Tim Curry, oggi a 80 anni, arriva quasi nello stesso momento in cui il mondo saluta un’altra figura gigantesca della cultura popolare: Dolly Parton. Apparentemente non potrebbero esistere due artisti più lontani. Dolly ha costruito la propria leggenda attraverso la luminosità, il glamour, la generosità, una femminilità portata all’eccesso fino a diventare quasi un linguaggio politico e una caricatura. Curry, al contrario, ha fatto della stranezza, dell’ombra, dell’ambiguità e del perturbante il proprio territorio. Eppure, in modi diversissimi, entrambi hanno compreso una cosa fondamentale: la propria eccentricità poteva diventare una forma di libertà. Dolly Parton ha trasformato l’immagine della donna apparentemente frivola in una delle figure imprenditoriali e culturali più intelligenti del Novecento. Tim Curry ha trasformato il corpo apparentemente incongruo, ambiguo, persino mostruoso, in una delle presenze più riconoscibili dello spettacolo contemporaneo. Lei ha insegnato a non vergognarsi della propria eccentricità. Lui a non avere troppa fretta di normalizzarla.
Ed è forse per questo che la scomparsa di Curry lascia qualcosa di più profondo del semplice lutto per un grande attore. Muore un interprete che aveva compreso, molto prima che diventasse un linguaggio comune, che l’identità non è necessariamente una stanza in cui dobbiamo scegliere dove sederci. Può essere un palcoscenico. Può essere una maschera. Può essere un corpo che cambia significato a seconda di chi lo guarda. Frank-N-Furter continuerà a uscire dall’ombra con il suo corsetto e il suo sorriso impossibile. Pennywise continuerà ad aspettare dentro le paure dell’infanzia. E Tim Curry continuerà a esistere in quello spazio inquieto che ha attraversato tutta la sua arte: il luogo in cui ciò che ci spaventa e ciò che ci attrae smettono, per un istante, di essere due cose diverse.
Forse è questa la forma più duratura dell’immortalità per un attore. Non essere ricordato soltanto per ciò che ha interpretato. Ma per aver cambiato, almeno un poco, il modo in cui abbiamo imparato a guardare.
Mattia Gottardo




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