Io ci sono arrivata tardi a capire Dario Vitale, e lo ammetto senza vergogna non è da tutti ammettere di essersi sbagliati, ma io l’errore lo confesso volentieri quando la realtà mi smentisce con tanta eleganza. Perché quella sfilata da Versace, quella sola, quella “di scuola” come l’ha bollata qualche critico con la puzza sotto il naso, non era affatto un compito fatto male. Era un ragazzo che è andato dritto in archivio non a sfogliare un catalogo, badate, ma a mettere le mani fisicamente sulle lettere, sulle fotografie, sui feticci di fine anni Ottanta di Gianni e ne è uscito con qualcosa che assomigliava, per la prima volta dopo la morte del fondatore, a una verità e non a un’imitazione.

Dario Vitale, 2026

Ha preso il decennio più difficile da maneggiare della storia della moda italiana quello dell’eccesso, del Memphis Milano acceso come un jukebox, delle spalle scolpite come armature e invece di levigarlo per renderlo “contemporaneo” (la parola più vigliacca del lessico fashion, diciamocelo), l’ha lasciato esattamente com’era: sfacciato, sudato, un po’ volgare nel modo in cui lo era Gianni quando ancora nessuno osava essere volgare con quel talento. Le patte aperte, i muscle tank tagliati come lame, la biancheria Versace lasciata intravedere senza il minimo imbarazzo: non era un incidente di percorso, tesoro, era l’unico modo onesto di restituire un’epoca che non chiedeva scusa a nessuno.

Versace by Dario Vitale 2025

E qui arriva la parte che nessuno, in questi giorni di comunicati compunti su Emporio Armani, sta dicendo ad alta voce: quegli stessi anni Ottanta, gli stessi in cui Gianni Versace incendiava Miami e le passerelle, sono gli anni in cui Giorgio Armani costruiva, silenzioso e chirurgico, il potere vero. Non il potere del lustrino, il potere della giacca. Mentre Versace vestiva la trasgressione, Armani vestiva il comando: Hollywood, Wall Street, le sale del consiglio, Richard Gere in “American Gigolo”, le spalle destrutturate che dicevano “controllo” invece di “eccesso”. Due linguaggi opposti, due Italie diverse, la stessa decade e per quarant’anni li abbiamo raccontati come mondi separati, quasi nemici, quando in realtà erano le due facce della stessa medaglia: il potere italiano che si inventava da solo il diritto di dettare le regole al mondo intero.

Emporio Armani

Ecco perché Vitale ad Armani, dopo Vitale a Versac è un esperimento pericolosamente intelligente. Un designer che ha appena dimostrato di saper leggere l’eccesso degli anni Ottanta senza tradirlo, ora si trova davanti l’altra metà di quella stessa epoca: il rigore, la struttura, il potere che si vestiva di grigio invece che di lamé. Se ha avuto il coraggio di andare in archivio da Gianni e prendersi tutto, senza addomesticarlo, la vera domanda non è se avrà lo stesso coraggio ma la stessa libertà di andare in archivio da Giorgio e riscoprire quanto quel potere fosse, a modo suo, altrettanto sfacciato.

Emporio Armani

Versace By Dario Vitale, 2025

Perché diciamocelo, cara mia: dietro ogni spalla imbottita di Armani anni ‘80 c’era la stessa ambizione sfrenata di ogni patta aperta di Versace. Solo che uno la urlava, e l’altro la sussurrava in modo altrettanto sexy.
Vitale ha già dimostrato di saper ascoltare le urla. Ora vedremo se sa ascoltare anche i sussurri che, in Italia, sono spesso quelli che comandano davvero.

Mattia Gottardo.