Estetica, potere e ambiguità: come l’industria della moda ha flirtato (e flirta ancora) con l’immaginario del regime

Ci sono immagini che l’industria della moda maneggia con estrema disinvoltura, e altre che continua a maneggiare fingendo di non vederne il peso. L’estetica del regime con le divise, le simmetrie rigide, il culto della forma perfetta e ubbidiente, appartiene ormai da decenni al vocabolario visivo di stilisti, fotografi e direttori creativi. La chiamano ispirazione militare, rigore architettonico, disciplina della linea. Raramente la chiamano con il suo nome. Eppure basta guardare con un minimo di attenzione: spalle squadrate che ricordano le uniformi, palette di colori che richiamano bandiere e adunate, pose frontali e marziali che trasformano il corpo in monumento. Non è un caso isolato, né un errore di percorso di qualche marchio distratto. È una tendenza carsica che riemerge puntualmente in passerella, nelle campagne, nelle copertine, ogni volta che il sistema moda ha bisogno di comunicare potere, ordine, autorità.
Questo articolo prova a fare i conti con quella tendenza: da dove viene, chi la alimenta, perché continua a funzionare e perché, nonostante tutto, restiamo così riluttanti a chiamarla con il suo nome.
L’abbigliamento non è mai stato un linguaggio neutro. È un dispositivo di potere, probabilmente il più efficace mai inventato, perché non ha bisogno di convincere: basta che tu li indossi e la Narrazione è già scritta sul tuo corpo. Non serve un discorso, non serve un decreto: basta un taglio, una spalla, un colore e il Messaggio arriva prima ancora che tu apra bocca. E’ comunicazione istantanea, pre-verbale, quasi biologica perché il vestito parla per te, spesso dicendo cose che tu stesso non avresti scelto di dire. Nessuno lo ha capito meglio, e sfruttato con più cinismo, di un regime totalitario. Se il vestito è un dispositivo di potere, il fascismo è stato tra i primi a maneggiarlo come una vera e propria politica di stato, non come metafora, ma come strumento di governo.
Nel 1935 l’Italia fascista fondò l’Ente Nazionale della Moda. Non un’iniziativa culturale: un apparato statale, pensato per coordinare la produzione tessile, imporre uno “stile italiano” autarchico e ridurre la dipendenza dall’estero. Il regime aveva capito una cosa semplice ovvero che il modo in cui le persone si vestono ogni giorno è una superficie di controllo molto più capillare di qualsiasi legge. Alle donne veniva proposto (imposto, di fatto) un modello estetico legato alla casa e alla maternità: abiti sobri, prevedibili, coerenti con l’immagine della moglie devota. Agli uomini, un vocabolario sartoriale mutuato dall’esercito con spalle marcate, linee rigide, l’idea visiva di una prontezza perenne. Le riviste femminili dell’epoca funzionavano come manuali di comportamento travestiti da rubriche di stile: moda, morale e disciplina sociale fusi in un unico contenuto.

Abito in crespo di Fercioni e cappello di Gianoli, “Bellezza”, maggio 1941.
In Germania il meccanismo fu ancora più esplicito e ancora più cinico. Il regime nazista investì concretamente in designer per definire uniformi e insegne capaci di comunicare forza, ordine, purezza razziale; un programma visivo studiato nei minimi dettagli, non un effetto collaterale dell’ideologia ma uno dei suoi strumenti. E qui arriva uno dei fatti più duri da digerire per chi lavora in questo settore: Hugo Boss produsse uniformi per le SS, e lo fece impiegando lavoro forzato di prigionieri nei campi di concentramento. Non un’illazione, non una leggenda da tabloid: un fatto documentato, riconosciuto dalla stessa azienda decenni dopo. Salvatore Ferragamo calzò Eva Braun e lo stesso Mussolini con scarpe su misura per chi stava al vertice di un sistema che perseguitava, censurava, uccideva. E Coco Chanel, che nell’immaginario contemporaneo è diventata sinonimo di emancipazione femminile, ebbe una relazione con un ufficiale tedesco durante l’occupazione e tentò, senza riuscirci, di sfruttare le leggi antisemite di Vichy per espropriare i soci ebrei della sua stessa azienda e riprenderne il controllo in solitaria.

Coco Chanel fotografata da Richard Avedon, 1948
Questi non sono aneddoti scabrosi da riesumare per gusto dello scandalo. Sono il sostrato su cui si è poi ricostruita l’intera industria del lusso del dopoguerra, un’industria che ha scelto sistematicamente di raccontarsi attraverso parole come “eredità“, “tradizione“, “heritage” senza mai affrontare fino in fondo da dove parte di quel capitale simbolico e materiale provenisse. Christian Dior stesso nacque, professionalmente, in uno scenario del dopoguerra in cui molte maison ebraiche erano state distrutte, confiscate o semplicemente cancellate dalla narrazione ufficiale dell’alta moda francese. Il sistema non si fermò: si riorganizzò sopra un vuoto che qualcun altro aveva creato.
C’è un secondo filone di questa storia, diverso ma collegato: cosa succede quando la moda contemporanea prova, più o meno consapevolmente, a maneggiare l’estetica del totalitarismo come materiale creativo.
Nel 1995 Rei Kawakubo, per Comme des Garçons, mandò in passerella a Parigi due modelli con la testa rasata, vestiti con accappatoi e pigiami a righe con numeri cuciti addosso. La sfilata cadeva, per una coincidenza che l’industria non le perdonò mai, nel cinquantesimo anniversario della liberazione di Auschwitz. Kawakubo ritirò i capi, sostenendo che la somiglianza fosse involontaria. La sua carriera non si riprese mai del tutto da quell’episodio. Cinque anni dopo Martin Margiela fece sfilare le sue modelle lungo il corridoio di un treno fermo in un deposito ferroviario parigino: sfere da discoteca, atmosfera anni Settanta nelle intenzioni del designer, ma Women’s Wear Daily lesse immediatamente un rimando ai treni della morte nazisti. Le smentite, per quanto sincere, non bastarono a staccare l’etichetta. Il caso più clamoroso resta però quello di John Galliano. Nel 2011, filmato ubriaco in un bar di Parigi mentre dichiarava di “amare Hitler” e augurava ai presenti di essere finiti nelle camere a gas, fu sospeso in tempo record da LVMH e licenziato da Dior poco dopo. Nessuno, nemmeno tra i suoi detrattori più severi, ha mai sostenuto che le sue collezioni (un’anarchia cosmopolita, zingara, meticcia) avessero qualcosa a che fare con l’estetica nazista. Eppure la reazione fu immediata e spietata, perché in gioco non c’era solo un uomo ma l’immagine di un intero sistema che sapeva, meglio di chiunque altro, di avere scheletri nell’armadio troppo pesanti da giustificare un solo giorno di ambiguità in più.

Rei Kawakubo, Menswear Fashion Show, F/W 1995
E qui il cerchio si chiude, tornando al presente. Non servono più uniformi ufficiali per capire come funziona il meccanismo: bastano le passerelle digitali di oggi. Elon Musk sponsorizza il Met Gala, Jeff Bezos viene fotografato per Vogue accanto a Lauren Sánchez, le voci su un possibile acquisto di Condé Nast circolano da mesi senza essere smentite con convinzione. Kim Kardashian posa su Perfect Magazine circondata da una Cybertruck e un robot Tesla: un’immagine che una rivista di moda confeziona per rendere desiderabile un miliardario che usa la propria influenza per smontare regolamentazioni e diritti civili, ambientali, lavorativi.

Bezos e Sanchez, Vogue America, 2023
Il potere femminile, in particolare, ha sempre saputo che il vestito è un’arma di governo, non un accessorio. Elisabetta I lo capì con secoli di anticipo: i suoi abiti rigidi, tempestati di perle e simboli araldici, non erano vanità ma propaganda di Stato, pensata per trasformare il corpo della regina in un’icona intoccabile: la “Regina Vergine” costruita interamente attraverso il tessuto, prima ancora che attraverso la politica. Margaret Thatcher, secoli dopo, applicò la stessa logica in chiave diversa: i tailleur strutturati, le spalle marcate, il blu inflessibile non erano una scelta estetica casuale ma un’uniforme pensata per proiettare autorità in un ambiente (quello della politica britannica maschile) che non le avrebbe concesso spazio altrimenti. Lo stile divenne corazza, e la corazza divenne messaggio politico: fermezza, controllo, nessuna concessione alla morbidezza percepita come debolezza.

The Iron Lady, Margaret Thatcher
Oggi lo stesso meccanismo si ripete, con accenti diversi, nell’immagine costruita da Giorgia Meloni: abiti sobri, tagli istituzionali, un guardaroba che comunica continuità e rassicurazione più che sperimentazione, in un equilibrio studiato tra austerità e presentabilità internazionale. Non è un caso isolato né un dettaglio di colore: è la stessa grammatica di potere che il fascismo aveva codificato decenni prima, applicata oggi da chi guida governi che a quella storia si richiamano in modi più o meno espliciti. Il filo che lega Elisabetta I a Thatcher a Meloni non è ideologico ma funzionale: tutte hanno capito che, per una donna al potere, il vestito diventa il primo terreno di battaglia per essere prese sul serio. Donald Trump gioca la stessa partita, ma con segno opposto rispetto a Thatcher: non sobrietà istituzionale, ma eccesso codificato come forza. Il completo blu scuro sempre uguale, la cravatta rossa lunghissima, il colletto largo: un’uniforme tanto riconoscibile quanto quella di un capo di Stato in divisa, pensata per essere immediatamente identificabile anche a distanza, su uno schermo, in un meme. E poi il cappellino rosso del MAGA, forse l’oggetto di moda più politicamente efficace degli ultimi decenni: un accessorio da quattro soldi trasformato in tribù visiva, in confine netto tra chi sta dentro e chi sta fuori. Marchi di lusso continuano comunque a comparire nel guardaroba della famiglia, nelle foto ufficiali, nelle apparizioni pubbliche a dimostrazione che l’estetica del potere autoritario oggi come un secolo fa, non rinuncia mai al prestigio del bello anche quando predica in nome del popolo.

Donal Trump con il cappellino MAGA
Da qui nasce, per reazione, il vocabolario del quiet luxury. È la risposta implicita a tutto questo rumore identitario: se il potere populista si veste per essere visto, riconosciuto, tifato o odiato a colpi di logo e colore, l’élite che vuole marcare la propria distanza sceglie la strada opposta: l’invisibilità costosa. Il quiet luxury nasce infatti come reazione al decennio della logomania e dell’ostentazione (gli anni 2010 di Instagram, delle It-bag griffate, del flexing su ogni superficie disponibile), proponendo un’estetica di tagli puliti, materiali pregiati, assenza quasi totale di loghi visibili: l’eleganza come sussurro, non come grido. Ma quel sussurro, lungi dall’essere neutrale, funziona esattamente come le uniformi che lo hanno preceduto: è leggibile solo da chi possiede già il codice per decifrarlo, e diventa così un nuovo dispositivo di esclusione, questa volta travestito da understatement.
Alla fine la domanda vera non è se la moda ami il fascismo. È che la moda è fascista nella sua grammatica più intima, indipendentemente da chi la indossa: seleziona, gerarchizza, disciplina i corpi, decide chi appartiene e chi va corretto, e lo fa con un’efficacia che nessuna legge è mai riuscita a eguagliare. E non è un rapporto a senso unico: la moda non subisce i regimi autoritari, li sceglie, perché da quel rapporto ricava esattamente ciò di cui vive ovvero protezione economica, accesso ai vertici del potere, commesse su misura per chi comanda, un pubblico disciplinato che compra l’uniforme del momento senza fare domande.
Hugo Boss ottenne contratti di Stato. Ferragamo ottenne clienti al vertice assoluto. Le maison che sopravvissero a Vichy ottennero continuità di business mentre altre venivano cancellate. Oggi le riviste che confezionano copertine per miliardari ottengono investimenti, sponsorizzazioni, un posto al tavolo di chi controlla tecnologia e informazione insieme. Il fascismo, di qualunque epoca, offre alla moda esattamente ciò che la moda cerca sempre: un cliente potente, solvibile, e desideroso di apparire legittimo. Che il dittatore di turno porti gli stivali o il cappellino rosso, che l’élite risponda con le uniformi o con il silenzio del quiet luxury, il messaggio resta identico da un secolo: vestiti come voglio io, o resta invisibile e io, che ti vesto, ci guadagno comunque. La sola vera domanda che l’industria continua a evitare e che forse non si porrà mai, perché rispondere significherebbe smontare il proprio stesso modello di business è questa: cosa succederebbe se, per una volta, la moda smettesse di vendersi come linguaggio di libertà e ammettesse di essere, da sempre, il modo più redditizio per stare dalla parte di chi comanda?
Mattia Gottardo


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