Ci stupiamo ancora della grandezza perché la mediocrità è diventata la nostra zona di comfort. Invisibile, inodore, si infiltra nel pensiero, nell’arte, nel modo stesso di percepire la bellezza, fino a ridefinire ciò che riteniamo possibile. In questo scenario di progressiva anestesia culturale, in cui anche la conoscenza e la produzione simbolica vengono continuamente relativizzate, “Lux” di Rosalía si impone come un gesto di rottura: non semplicemente un album, ma un atto di fede nel potere trasformativo dell’arte. È proprio questa tensione verso l’assoluto, oggi quasi sospetta, a renderlo destabilizzante. La musica, per Rosalía, è da sempre una forma di ritualità, ma in Lux questa dimensione diventa esplicita, quasi liturgica. A sostenere questa radicalità non c’è solo un’intuizione estetica, ma una formazione rigorosa: Rosalía si è formata presso l’Escola Superior de Música de Catalunya, uno degli istituti più selettivi d’Europa, noto per accogliere pochissimi studenti ogni anno nei suoi programmi più avanzati. Questo dato non è marginale, ma strutturale: Lux non nasce da una spontaneità naïf, bensì da una disciplina profonda, da anni di studio che permettono all’artista di muoversi tra tradizione e sperimentazione con una consapevolezza quasi accademica. I riferimenti alle agiografie (Teresa d’Ávila, Santa Rosalia, età… figure che incarnano una spiritualità incarnata e corporale) non sono citazioni decorative, ma dispositivi strutturali. L’album si costruisce come un dialogo con il divino, un sistema simbolico in cui il suono diventa veicolo di trascendenza. Diciotto tracce, cantate in tredici lingue, articolano un paesaggio sonoro vastissimo: dal catalano all’arabo, dal latino al siciliano, fino a una scrittura orchestrale affidata alla London Symphony Orchestra. Ma l’ampiezza non è mai dispersione: è, piuttosto, costruzione di un’unità attraverso la molteplicità, una tensione costante tra orizzontalità elettronica e verticalità mistica. È proprio in questa tensione tra ascesa e caduta, tra carne e spirito che si gioca l’intero progetto. Ogni traccia si configura come una rivelazione, non tanto teologica quanto esperienziale: un attraversamento. Il sacro, qui, non è astratto ma incarnato, prende la voce di una soggettività che ha conosciuto il club, la notte, la performance. Non è teologia, ma teatro dell’anima. In questo senso, il dialogo con “Ray of Light” di Madonna appare inevitabile. Come nel 1998, quando Madonna rifondava la propria identità attraverso l’elettronica, l’introspezione e la spiritualità, anche Lux segna un momento di rifondazione del linguaggio pop. Ma se Madonna cercava la luce correndole incontro, Rosalía opera un movimento diverso: la luce non è più un orizzonte da raggiungere, ma uno spazio da abitare, da scavare, da moltiplicare. La trascendenza non è promessa, ma pratica. È qui che il progetto compie il suo scarto più radicale: nel modo in cui ridefinisce il pop contemporaneo. In un sistema dominato da algoritmi, velocità e consumo immediato, Lux introduce una temporalità altra, quasi contemplativa. Non cerca la classifica, ma l’esperienza; non l’immediatezza, ma la stratificazione. È una messa laica, una ribellione luminosa che rifiuta la superficie per inseguire la profondità. Questa tensione trova una traduzione visiva altrettanto coerente nel primo capitolo visivo del progetto, dove Rosalía si configura non più come popstar ma come dispositivo estetico: una performer che usa il corpo come reliquia e la voce come medium. Nel video per “Berghain”diretto da Nicolás Méndez, non interpreta ma si espone, spostando il baricentro dalla rappresentazione alla presenza. A dare peso visivo a questa costruzione è l’uso consapevole dell’archivio moda: le citazioni di Alexander McQueen (collezioni AW02, SS03) e di Balenciaga sotto la direzione di Nicolas Ghesquière (SS04) non funzionano come semplice styling, ma come dispositivi narrativi. Gli abiti diventano reliquie, superfici ferite da indossare, archivi viventi in cui la memoria è cucita nel tessuto. Le scarpe–rosario di McQueen si impongono come simbolo centrale: camminare sul dolore, attraversarlo, trasfiguralo in forma. Il video non è dunque un’estensione promozionale, ma un ambiente concettuale: un museo del contemporaneo in cui il pop si confronta con le categorie del sacro, del martirio e della rappresentazione. Qui Rosalía radicalizza ulteriormente il progetto Lux, portandolo oltre la musica e inscrivendolo in una pratica estetica totale. Alla fine, ciò che resta è una vertigine: la sensazione che la musica, quando è autentica, non si limiti a essere ascoltata, ma trasformi. Rosalía si conferma così come una delle pochissime artiste contemporanee capaci di restituire al pop una dimensione quasi sacrale, rendendolo nuovamente terreno di ricerca, di rischio, di fede. E forse, oggi, è proprio questo il suo miracolo più necessario.
Mattia Gottardo.





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