Nel suo sviluppo più recente, il fenomeno ha assunto una dimensione quasi algoritmica. Non si tratta più solo di migliorarsi, ma di ottimizzarsi secondo parametri misurabili: simmetria facciale, proporzioni craniche, rapporto tra le distanze del volto. Il corpo diventa un dataset, il volto un’equazione da risolvere. In questa visione, la bellezza non è più soggettiva ma standardizzata, replicabile, quasi ingegnerizzabile. È qui che il looksmaxxing incontra una sensibilità profondamente contemporanea: quella che sostituisce l’identità con la performance e il sé con la sua rappresentazione. La figura del looksmaxxer incarna questa tensione. Giovane, spesso maschio, immerso in comunità digitali autoreferenziali, costruisce il proprio valore attraverso un continuo processo di confronto e gerarchizzazione. Termini come “mogging”, “ascending” o “slaymaxxing” non sono semplici slang, ma indicatori di un sistema simbolico chiuso, dove il riconoscimento passa esclusivamente attraverso il dominio visivo. In questo universo, migliorarsi non è un percorso ma un obbligo, e ogni intervento, dalla skincare alla chirurgia, fino a pratiche più estreme diventa un passo necessario verso una forma ideale di esistenza.

È in questa cornice che emergono figure come Clavicular, al secolo Braden Peters: non tanto anomalie, quanto versioni accelerate del presente. La sua ossessione per le proporzioni, per i numeri che definiscono il volto, per la possibilità di trasformare l’estetica in un sistema calcolabile, non è semplice vanità, ma una forma di controllo. Rendere la bellezza misurabile significa sottrarla all’incertezza, trasformarla in obiettivo. E quindi, almeno in teoria, in qualcosa che si può raggiungere. Il corpo, per lui, non è più destino ma progetto. Qui si apre una frattura culturale significativa. Per secoli, il corpo femminile è stato il principale oggetto di scrutinio, pressione e costruzione simbolica: disciplinato, osservato, corretto. Oggi questa pressione non scompare, ma si espande. Il maschile entra nello stesso circuito, senza però aver ancora sviluppato gli strumenti culturali per assorbirlo. Il risultato è una forma più esplicita, più brutale, meno mediata. Dove la femminilità ha interiorizzato nel tempo una pedagogia della bellezza, fatta di rituali, norme, codici, il looksmaxxing maschile appare come una corsa accelerata, quasi violenta, verso un ideale.

Non è un’inversione, ma una convergenza. Uomini e donne si ritrovano progressivamente all’interno della stessa grammatica estetica: quella che trasforma il corpo in un compito permanente. La differenza non sta nel meccanismo, ma nella sua esposizione. Il looksmaxxing rende visibile ciò che altrove è stato normalizzato per decenni. Ma ciò che rende il looksmaxxing culturalmente rilevante non è tanto la radicalità delle sue pratiche, quanto la loro familiarità. L’ossessione per l’immagine non nasce in questi spazi: li precede. È il risultato di decenni di estetizzazione della vita quotidiana, accelerata dai social media e amplificata da un’economia dell’attenzione che premia ciò che è immediatamente leggibile, desiderabile, condivisibile. Il looksmaxxing porta semplicemente questa logica al suo limite estremo, rendendo visibile ciò che altrove resta implicito.

In questo senso, il fenomeno non riguarda solo chi lo pratica, ma anche chi lo osserva. Perché se da un lato queste comunità appaiono come enclave marginali, dall’altro riflettono dinamiche diffuse: la standardizzazione dei corpi, l’ansia da confronto, la riduzione dell’identità a immagine. Il confine tra normalità e ossessione diventa sempre più sottile, fino quasi a dissolversi. La differenza non è qualitativa, ma quantitativa: non cosa si fa, ma quanto si è disposti a spingersi oltre. C’è poi una dimensione politica, spesso sottovalutata. Il looksmaxxing non è neutrale: privilegia determinati tratti, esclude altri, costruisce gerarchie che riflettono e amplificano bias già esistenti. La bellezza ideale che promuove è codificata, storicamente situata, e tutt’altro che universale. In questo senso, il fenomeno si inserisce in una più ampia dinamica di controllo e normatività del corpo, dove l’estetica diventa strumento di inclusione o esclusione.

Eppure, ridurre il looksmaxxing a una semplice deriva tossica rischia di semplificare un fenomeno più complesso. Per molti, rappresenta anche una risposta, distorta, certo, ma comprensibile, a un senso diffuso di inadeguatezza. In un contesto in cui il successo sembra sempre più legato alla visibilità, lavorare sul proprio aspetto appare come una strategia concreta, quasi razionale. Il problema non è quindi l’esistenza del desiderio di migliorarsi, ma il sistema che lo trasforma in necessità. In questo scenario, il corpo smette definitivamente di essere solo un luogo dell’esperienza e diventa un medium. Clavicular lo ha capito perfettamente: la bellezza non è solo un obiettivo, ma un contenuto. Qualcosa che può essere mostrato, monetizzato, ottimizzato in tempo reale. La sua immagine non è semplicemente sua: è parte di un flusso continuo di visibilità, dove esistere significa essere guardati. Questa tensione trova un’eco quasi inquietante in The Substance, dove il corpo è materia modificabile, sacrificabile, replicabile pur di aderire a un ideale estetico impossibile. Anche lì, la bellezza non è più una qualità ma una condizione instabile, da mantenere costantemente, come se il valore personale fosse sempre sul punto di dissolversi. La differenza è che, mentre il film mette in scena questa ossessione come un incubo, il looksmaxxing la vive quotidianamente, senza distanza critica.

Il looksmaxxing, in definitiva, non parla solo di bellezza. Parla di controllo, di identità, di valore. E soprattutto, parla di un presente in cui essere visti conta più che essere. Un presente in cui il corpo non è più semplicemente vissuto, ma continuamente osservato, misurato, ottimizzato. Un presente in cui la domanda non è più “chi sono?”, ma “come appaio?”.

Mattia Gottardo