Ci sono parole che gli archivisti istituzionali non usano quasi mai: una paradossalmente è proprio archivio. In primo luogo, perché per “archivio” almeno in italiano si intendono tre cose: un istituto o un ufficio, un luogo o un edificio e, finalmente, un complesso documentario. Va da sé che i termini sono legati fra di loro per sineddoche (il contenitore per il contenuto) o per metonimia (il produttore per il prodotto).
Ci sono anche, poi, parole che gli archivisti istituzionali evitano come la peste e fra queste un posto d’onore spetta sicuramente a catalogo e collezione: biblioteche e musei sono collezioni e hanno cataloghi, gli archivi sono complessi documentari e hanno inventari. C’è, infatti, un indissolubile legame fra i documenti di ogni archivio che permette di dirimere immediatamente la questione se un documento appartenga o meno a un archivio ed è il vincolo archivistico. Mentre, infatti, una collezione (e il suo catalogo) sono virtualmente estensibili all’infinito, un complesso e il suo inventario sono sistemi chiusi: solo il soggetto produttore di un archivio e secondo precise regole implicite, interne al suo operato, può estendere e ampliare l’archivio. Ecco perché il vincolo archivistico si basa in primo luogo sull’identificazione del soggetto produttore al punto che comunemente oggi i complessi documentari sono indicati col nome del loro soggetto produttore: quindi, Comune di Cesena, preunitario è, attualmente, la denominazione corretta di quello che la gran parte dei frequentatori della Sala di Studio della Sezione di Archivio di Stato di Cesena comunemente indicherebbe come “archivio storico comunale (di Cesena, antico)”, inventandosi per le loro citazioni anche sigle come A.S.C. o, con maggiore fantasia, A. S. Ce (AS-CE nel sistema archivistico nazionale è la sigla dell’Archivio di Stato di Caserta).
Il Soggetto Produttore è, giustamente, considerato come il principale se non il più evidente o, comunque, il più verificabile e autorevole dei vincoli archivistici; è il Soggetto che costituisce l’Archivio, il suo Principio Fondante. Un documento appartiene a un complesso se si può dimostrare inoppugnabilmente che è stato prodotto da quello specifico Soggetto Produttore (ente, famiglia o persona) nell’ambito delle attività e finalità istituzionali, familiari o personali.
Certo, la sistemazione teorica di cui sopra è il riflesso una ben precisa e determinata situazione archivistica o meglio storico-archivistica: che è la situazione che si è venuta a comporre (ormai quasi cristallizzata) nel periodo moderno e, soprattutto, contemporaneo con l’istituzione di specifici Uffici od Enti che si occupano come propria missione istituzionale di tutelare, conservare e (successivamente) valorizzare la documentazione che hanno in custodia: emergono, dunque, oltre ai soggetti produttori, ora, i soggetti conservatori; beninteso sempre nell’ottica che porta a considerare i documenti e gli archivi non più correnti, non più rilevanti dal punto amministrativo e pratico come ‘beni culturali’. Quindi, riassumendo, il soggetto produttore nel corso della sua vita amministrativa produce una serie coerente di documenti ordinatamente disposti ed indissolubilmente legati fra loro per poi a un certo punto — quando ‘non servono più’ — versarli (ovvero conferirli) presso un soggetto conservatore.
A grandi linee quella ‘classica’ è un’archivistica passiva: recepisce dalle amministrazioni per versamento grandi masse documentarie per renderle poi quanto più possibile disponibili al pubblico specialistico e non specialistico tramite inventari e descrizioni analitiche. La figura dell’archivista è quella di un mediatore, di un operatore culturale, che medi fra la complessità di un archivio e gli usi concreti e pratici, contingenti che l’utente comune si prefigge. Le ricerche degli utenti sono puntuali, le descrizioni archivistiche sono globali; l’utente è alla ricerca di un singolo documento che risponda a un quesito singolo, l’archivista è alla ricerca della serie, del complesso, del contesto in cui collocare il documento perché acquisisca il significato e la rilevanza che si presume debba avere. Un documento in sé, se non inserito nel suo preciso contesto, non ha un significato concreto e chiaramente determinato.
È naturale che i vari standard di descrizione archivistica (ISAD, ISAAR, ISDIAH, ISDF) riflettano queste impostazioni dell’archivistica e siano basati su una descrizione di tipo gerarchico: superfondo, fondo, subfondo, serie, sottoserie, unità, sottounità etc. così come l’amministrazione archivistica italiana si basi su quasi un centinaio di Archivi di Stato con competenza provinciale deputati alla conservazione statale o, tramite le Soprintendenze (a base regionale) al deposito della documentazione pubblica non statale. È curioso, tuttavia, che i vari software di descrizione archivistica utilizzino tutti database relazionali (SQL), mentre la struttura di un archivio è piuttosto a grafo, rizomatica e sarebbe, forse, il caso di sperimentare soluzioni NoSQL come database a grafo, a chiave, a colonne come quelli che stanno alla base — per esempio — di Google, Facebook e così via.
Rilevando un certo grado di arretratezza in questo campo degli Archivi rispetto alle Biblioteche, sarebbe interessante pensare allo sviluppo di veri e propri “motori di ricerca” per gli archivi basati su una serie di collegamenti concettuali fra un documento e l’altro basati non solo sulla ‘sintassi’ documentaria, ma anche e soprattutto sulla ‘semantica’ se non addirittura sulla ‘pragmatica’ della produzione documentale.
Il fatto è che non sempre la gestione e la conservazione degli archivi si è svolta in questo modo. Sembra un paradosso, ma all’origine dell’archivistica moderna ci sono state grandi fratture istituzionali che hanno portato a un vero esproprio documentario nei confronti di istituzioni, ma anche e soprattutto di enti, famiglie e persone detentrici di archivi a vario titolo e che questa enorme massa documentaria ha finito per costituire grossi archivi di concentrazione sotto forma di vere e proprie collezioni d’archivio in cui i documenti sono stati programmaticamente privati del loro valore giuridico, del loro valore di “titoli di diritto” per acquistare (nell’ottica del “documento/monumento”) mero valore “di testimonianza”.
Nella stessa ottica le grandi soppressioni di congregazioni ed istituti religiosi ed ecclesiastici (in Italia 1800–1805 e, poi, di nuovo 1866–1867 e ancora 1870–1871) che hanno comportato l’esproprio di un grande patrimonio immobiliare e con esso dei “loro archivi e cose” sono andati a costituire buona parte dei nostri Biblioteche, Archivi e Musei statali (e comunali). Ancora oggi quasi tutti gli Archivi di Stato annoverano fra le proprie serie principali le cosiddette “Corporazioni Religiose Soppresse”, enormi masse documentarie che, non più restituite, sono alla base della documentazione statale dell’800 così come le grandi spoliazioni di archivi nobiliari e locali sono alla base, per esempio, della fondazione delle Archives Nationales francesi senza contare l’incessante opera predatoria a livello certo di opere d’arte, ma anche di patrimoni librari e documentari messa in atto dalle armate napoleoniche nel periodo 1800–1812, la cui restituzione ha dato luogo, a volte, a una vera propria epopea documentale.
Si può dire, quindi, che il modello dell’archivistica moderna (“classica”) basato sulla sedimentazione della documentazione presso i soggetti produttori è molto più teorico che reale e che il caso di “archivi artificiali” (o “inventati”) è più o meno stato sempre presente se non nella teoria almeno nella pratica archivistica e che dire, poi, delle “collezioni” degli antiquari che hanno raccolto documenti della più varia provenienza creando complessi documentari policentrici e aberranti, indifferenti al principio del respect des fonds? Tanto per dirne una: la Collezione Piancastelli[1] conservata presso la Biblioteca Saffi di Forlì è un archivio? Ovviamente, per gli utenti sì, ma per gli archivisti no. Comprendendo documentazione di varia origine, provenienza e forma non è certo un complesso documentario organico ed è difficilmente descrivibile secondo gli standard internazionali proposti dall’ICA, tanto più che la Collezione contiene addirittura “pezzi di archivio” come, per esempio, documenti estratti dall’archivio del Comune o degli Ottanta Pacifici di Cesena.
La riflessione sugli standard di descrizione archivistica è, comunque, proseguita, superando a poco a poco le considerazioni sulla mera sintassi degli archivi per approdare a una più giusta considerazione della semantica, introducendo anche in archivistica i Linked Open Data e le relazioni fra dati anche e non solo fra documenti come trama cognitiva per comprendere il significato dei documenti, proiettando, così, la giusta luce sul soggetto conservatore: non più solo recettore finale, inerte, ma soggetto attivo nel ciclo di vita del documento; anzi, vero e proprio soggetto mediatore che rende intellegibile e, quindi, consultabile dall’utente comune il fondo archivistico: fissandone e illuminandone il contesto.
Ecco così la proposta del Records in Contexts-Conceptual Model (RiC-CM)[2] come nuovo modello concettuale di descrizione archivistica. Pur accettando il tradizionale concetto del respect des fonds, la teoria degli archivi sostiene ora che una comprensione più completa del principio (e del Provenienzprinzip) deve includere il riconoscimento che la provenienza è qualcosa di molto più complesso e che l’origine e la storia dei documenti includono non solo la persona o il gruppo che ha accumulato nel corso del tempo un suo corpus documentale, ma anche tutte le persone e i gruppi che sono direttamente collegati in vario modo ai documenti e alle attività che sono state e sono eseguite di volta in volta in relazione a questo o quel record. La descrizione diviene così un vero e proprio percorso descrittivo che evolve abbastanza naturalmente in una narrativa.
È, comunque, da sottolineare che questi modelli descrittivi, per lo più molto complessi e che tengono conto di molte variabili, dovrebbero e devono restare trasparenti agli utenti. Oltre alla difficoltà della loro applicazione agli archivi esistenti, nella prassi si osserva che gli utenti comuni degli archivi usano gli inventari e/o le descrizioni archivistiche molto poco; eppure, come per effetto di un’inattesa serendipità raggiungono i loro risultati, comunque, abbastanza bene.
Ritornando all’esempio della Collezione Piancastelli, che nelle intenzioni di chi ha raccolto i documenti ha come oggetto la Romagna (che notoriamente non è un soggetto produttore e, forse, neppure un soggetto) ci si imbatte frequentemente nel colloquio cogli utenti in ricerche simili. Per esempio, nel 1923 è ricorso il centenario dell’aggregazione di 12 comuni della Provincia di Firenze (la cosiddetta “Romagna Toscana”) alla Provincia di Forlì. È subito parso ovvio chiedersi quali siano i documenti (e dove siano) necessari a scriverne la storia. In primo luogo, ovviamente, come la Romagna la Romagna Toscana non è né un Ente, né una Famiglia né una Persona, non è, cioè, un soggetto produttore d’archivi. Non c’è un archivio che possa essere messo in capo alla Romagna Toscana tout-court o da essa direttamente prodotto. Ad essere sinceri fino in fondo, dal momento che il decreto — in un solo articolo — si limita a dire che “i comuni del Circondario di Rocca San Casciano” sono aggregati d’ora in poi alla Provincia di Forlì un Ente coestensivo alla Romagna Toscana allora è esistito: il Circondario di Rocca San Casciano, ma, naturalmente, nessuno confonderebbe una circoscrizione giudiziaria come il circondario (ambito d’azione di un Tribunale, ai tempi) di Rocca San Casciano con la Romagna Toscana (entità difficilmente definibile dal momento che anche tre comuni che tradizionalmente la costituiscono assieme agli altri dodici, non sono stati aggregati alla Provincia di Forlì); per inciso, l’archivio del Circondario di Rocca San Casciano è un fondo conservato presso l’Archivio di Stato di Forlì-Cesena e costituisce un pilone fondamentale nella descrizione storico-archivistica della Romagna Toscana, ma di per sé non è l’archivio della Romagna Toscana.
In un certo senso, si può, quindi, dire che l’archivio della Romagna Toscana non c’è oppure che è un “archivio inventato”, ma inventato da chi? Dal soggetto conservatore (in questo caso l’Archivio di Stato di Forlì-Cesena) che descrive come correlati da un finissimo, quasi invisibile vincolo archivistico (che è quello di “afferire alla Romagna Toscana”) per lo meno, anche se non solo i seguenti complessi archivistici: Bandi toscani, Benefici vacanti di Modigliana, Catasti della Romagna toscana, Catasto della Romagna toscana del 1834, Capitanato di Bagno di Romagna, Comune di Portico e San Benedetto, Confinazioni, Corpo forestale dello Stato di Forlì (Coordinamento provinciale di Forlì), Genio Civile di Forlì, Prefettura di Forlì: Affari speciali dei Comuni della Romagna Toscana, Provincia di Forlì, Tribunale di Rocca San Casciano[3]a cui si dovranno assolutamente aggiungere almeno i 12 archivi dei Comuni della Romagna Toscana. Si ha quasi l’impressione di un “archivio di archivi” ovvero un superfondo in cui i singoli componenti siano fondi d’archivio. Del resto, la ricerca non si esaurisce certo qui: bisogna considerare anche i fondi conservati presso l’Archivio di Stato di Firenze, per esempio, e i fondi notarili.
Si è esaminato il caso in cui un soggetto conservatore si fa parte attiva nella raccolta e aggregazione di documentazione attorno a quello che non è un soggetto produttore, ma un semplice oggetto di aggregazione, ma nella prospettiva dell’emersione del soggetto conservatore a una funzione sempre più attiva si dà il caso che il conservatore diventi un soggetto promotore e vada alla ricerca dei suoi propri archivi a volte recependoli dai propri stessi utenti. Come spesso i donatori accrescono le biblioteche locali coi loro libri anche in archivio si va diffondendo l’idea di donare le proprie carte, che vanno a costituire, così, tanti piccoli fondi di carattere privato e minimale, con semplice valore di testimonianza.
Un caso eclatante in tal senso è il cosiddetto Archivio dei Diari di Pieve Santo Stefano[4] (ideato da Salvatore Turino e che si accresce per donazioni spontanee), ma recentemente è capitato anche a due utenti dell’Archivio di Stato. Sono fondi archivistici apparentemente di non grande utilità e dal carattere frammentario e abbastanza disordinati, ma interessanti laddove, per esempio, contengano documenti fotografici non diversamente reperibili o contengano diari o copialettere di corrispondenza biunivoca familiare che consenta di ricostruire una vicenda personale di un certo interesse a livello cittadino.
Nell’archivistica tradizionale questo genere di acquisizione è sconsigliato ed è considerato casomai tipico delle biblioteche piuttosto che degli archivi (c’è anche da aggiungere che l’utente comune non è perfettamente consapevole della differenza fra una biblioteca e un archivio). La teoria, infatti, considera queste raccolte collezioni in quanto non è possibile identificare un vincolo archivistico stringente, ma gli archivi personali (tipici archivi “creati” dai loro utenti) hanno, comunque, come focus la persona stessa che desidera depositarli, quasi fossero un riflesso documentale della loro stessa esistenza.
A dire il vero anche i grandi Archivi Nazionali (come quelli francesi) si sono fatti parte attiva nella creazione di grandi archivi di concentramento come, per esempio, il progetto Mémoire des hommes[5] sulla Prima Guerra Mondiale che contiene tantissimi documenti digitalizzati provenienti da diversi fondi (fra cui anche la Convenzione dell’Armistizio). Il progetto prevede e richiede addirittura agli utenti di collaborare a una grande opera di indicizzazione collettiva.
Anche nel caso della Romagna Toscana si è pensato di lanciare un grande appello alle biblioteche e agli archivi locali e pure ai semplici utenti o ai semplici cittadini di mettere a disposizione le loro fonti, i loro documenti e/o le loro fotografie (in copia, mantenendo gli originali) al fine di creare un grande archivio digitale prodotto dal basso come testimonianza della vita quotidiana locale. I progetti ormai molto diffusi come Cesena di una volta: com’è com’era[6] testimoniano il grande bisogno di storia e di confronto o recupero del passato ormai molto diffusi. Sarebbe bello sulla scorta di questi archivi spontanei autoprodotti creare grandi archivi digitali di consultazione in rete.
Dal canto loro anche gli Archivi Nazionali hanno lanciato il progetto Girophares[7]che prevede una collaborazione a un’opera di inventariazione e descrizione collettiva. In effetti, la documentazione d’archivio (soprattutto quella moderna e contemporanea dopo la grande ‘esplosione documentaria’ del ‘900) ha assunto ormai dimensioni tali che solo l’indicizzazione e l’inventariazione della stessa impegnerebbe tanto di quel tempo che sarebbe impossibile usufruirne in tempi ragionevoli. È giocoforza per tanto ricorrere a una sorta di ‘inventariazione partecipata’ (così come nelle biblioteche è comune la catalogazione partecipata).
In un certo senso gli inventari sono tradizionalmente nati come testi per diventare nell’era digitale ipertesti, ma per evolversi più o meno coscientemente nel senso di una wiki.
Gianluca BRASCHI
gianluca.braschi@cultura.gov.it
[1] https://it.wikipedia.org/wiki/Archivio_Piancastelli
[2] https://www.ica.org/resource/records-in-contexts-conceptual-model/
[3] https://youtu.be/k84WVXHRtdE?si=ckl6tUXlR18byg3L
[5] https://www.memoiredeshommes.sga.defense.gouv.fr/fr/article.php?larub=4&titre=presentation
[6] https://cesenadiunavolta.it/comera-come/
[7] https://girophares.archives-nationales.culture.gouv.fr/propos




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