Ogni giugno il capitalismo si veste d’arcobaleno. Le vetrine cambiano colore, i loghi aziendali si trasformano temporaneamente in manifesti della diversità e le maison del lusso presentano capsule collection dedicate al Pride Month. È una liturgia ormai perfettamente codificata, una stagione commerciale che ritorna con la stessa puntualità delle campagne natalizie o delle collezioni Cruise. Eppure, osservata da vicino, questa trasformazione conserva qualcosa di profondamente paradossale. Perché il Pride nasce come contestazione del potere e oggi viene celebrato da alcune delle istituzioni economiche che meglio incarnano il potere contemporaneo.
Per comprendere questa contraddizione occorre tornare alle origini. Stonewall non fu una celebrazione dell’identità, né una richiesta di inclusione. Fu una rivolta. Nel giugno del 1969 un gruppo di persone che la società americana considerava marginali, devianti o sacrificabili si oppose all’ennesima retata della polizia in un locale di Greenwich Village, lo Stonewall. Tra loro vi erano persone omosessuali, transgender, drag Queens, giovani senza dimora e lavoratori del sesso. In quel momento non stavano chiedendo di essere rappresentati. Stavano contestando il diritto dello Stato a decidere chi potesse esistere pubblicamente e chi dovesse invece vivere nell’ombra. È per questo che il Pride, nella sua forma originaria, non riguarda esclusivamente la sessualità. Riguarda il rapporto tra cittadino e istituzione, tra corpo e controllo sociale, tra visibilità ed esclusione. Le prime marce organizzate nel 1970 non avevano l’obiettivo di celebrare una comunità, ma di rivendicare uno spazio politico. Erano il prodotto di una stagione storica in cui essere apertamente omosessuali significava rischiare il licenziamento, l’arresto, l’emarginazione sociale e, in molti casi, la violenza fisica.
La trasformazione avvenuta nei decenni successivi è stata straordinaria. L’omosessualità è stata rimossa dai manuali diagnostici, i movimenti LGBTQ+ hanno conquistato una crescente presenza nello spazio pubblico e molti diritti considerati impensabili sono diventati realtà. Tuttavia la storia delle conquiste civili raramente procede in linea retta. Ogni vittoria produce nuove forme di integrazione e ogni integrazione produce inevitabilmente nuove tensioni. È precisamente all’interno di questa dinamica che si inserisce il rapporto contemporaneo tra Pride e capitalismo.
Il filosofo Herbert Marcuse osservava che le società avanzate possiedono una capacità particolare: assorbire le critiche rivolte contro di esse fino a trasformarle in elementi del sistema stesso. È un meccanismo che la storia culturale degli ultimi decenni conferma continuamente. Le avanguardie artistiche diventano musei, la controcultura diventa pubblicità, la ribellione giovanile diventa industria dell’intrattenimento. Il Pride non sfugge a questa logica. Quella che un tempo era un’estetica della disobbedienza è diventata progressivamente un’estetica della rappresentazione.
Non si tratta necessariamente di un processo negativo. Sarebbe ingenuo sostenere che la maggiore visibilità non abbia prodotto benefici concreti. Ma sarebbe altrettanto ingenuo ignorare il rischio che accompagna ogni vittoria simbolica: la progressiva perdita della memoria politica che l’ha resa possibile. Più un simbolo viene accettato, più tende a essere separato dal conflitto che lo ha generato. Più l’arcobaleno diventa familiare, più rischia di perdere la propria capacità di interrogare la società. È qui che emerge il vero paradosso del Pride contemporaneo. La sua più grande vittoria culturale coincide con il rischio della sua depoliticizzazione. La presenza dell’arcobaleno nelle campagne pubblicitarie, nelle boutique del lusso e nei social network può essere interpretata come il segno di una trasformazione storica reale. Ma può anche produrre l’illusione che la battaglia sia conclusa, che la discriminazione appartenga definitivamente al passato e che la liberazione coincida con la rappresentazione.
La realtà racconta una storia diversa. Dietro ogni bandiera arcobaleno esposta in una vetrina esiste una memoria fatta di arresti, retate, licenziamenti, ricatti e marginalizzazione. Esiste la storia di una generazione che ha attraversato la crisi dell’AIDS mentre gran parte delle istituzioni politiche occidentali osservava con una lentezza e un’indifferenza che oggi risultano difficili da immaginare. Esistono figure come Harvey Milk, assassinato per il significato politico della propria esistenza pubblica, ed esistono movimenti come ACT UP, che negli anni Ottanta e Novanta trasformarono la rabbia collettiva in pressione politica costringendo governi e industrie farmaceutiche a confrontarsi con una tragedia che molti preferivano ignorare.
Ma esiste soprattutto il presente. Perché una bandiera arcobaleno esposta per un mese all’anno non impedisce le aggressioni omofobe. Non protegge automaticamente una coppia che si tiene per mano in pubblico. Non cancella il bullismo che continua a colpire adolescenti percepiti come diversi. Non elimina quel senso di isolamento che ancora oggi accompagna molti giovani LGBTQ+ durante gli anni della formazione. Le statistiche sulla salute mentale mostrano da tempo una realtà che la retorica celebrativa tende spesso a sottovalutare: discriminazione, esclusione e stigma continuano a produrre conseguenze concrete sulla vita delle persone.
Per questa ragione il Pride non può essere ridotto a una celebrazione annuale della diversità. È giusto marciare. È giusto occupare le strade. È giusto rivendicare con orgoglio una visibilità che per secoli è stata negata. Ma il significato politico del Pride non si esaurisce in una giornata di giugno, né può essere delegato a una campagna pubblicitaria o a una capsule collection. Il Pride dovrebbe funzionare anzitutto come esercizio di memoria storica. Dovrebbe ricordarci che le libertà di cui oggi disponiamo non sono il prodotto della benevolenza delle istituzioni, della sensibilità delle aziende o dell’inevitabile progresso della storia. Sono il risultato di conflitti, sacrifici e mobilitazioni collettive. Forse il rischio più grande non è che Stonewall venga dimenticata. Il rischio è che venga ricordata male. Che una rivolta venga trasformata in una favola sulla tolleranza. Che una lotta politica venga ridotta a un’estetica dell’inclusione. Che si finisca per credere che la libertà sia stata concessa dall’alto anziché conquistata dal basso. In questo senso il compito del Pride contemporaneo non consiste soltanto nel celebrare ciò che siamo diventati, ma nel preservare la memoria di chi ha aperto la strada.
Perché noi non siamo l’inizio di questa storia. Siamo il risultato di persone che hanno combattuto battaglie che spesso non hanno avuto il tempo di vedere vinte. E una società che conserva i simboli di una lotta dimenticandone il significato finisce inevitabilmente per trasformare la liberazione in un’immagine. Il problema non è l’arcobaleno.
Il problema è ciò che accade quando rimane soltanto l’arcobaleno.
Mattia Gottardo





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