Ci sono morti che appartengono alla cronaca e morti che appartengono al mito. Le prime vengono registrate dalla storia, le seconde continuano ad accadere ogni volta che qualcuno le ricorda. La morte di Lady Oscar è una di queste.
Non importa che Oscar François de Jarjayes non sia mai esistita, che sia nata dall’immaginazione di Riyoko Ikeda e non dai registri della Francia del Settecento. L’esistenza, del resto, non coincide sempre con la biologia. Esistono creature che respirano soltanto nella letteratura e tuttavia modificano il modo in cui guardiamo noi stessi. Esistono uomini realmente vissuti che non hanno lasciato traccia e personaggi immaginari che diventano coscienza collettiva. Il mito, i Greci lo avevano capito prima di tutti: non è ciò che è accaduto, è ciò che continua ad accadere dentro gli esseri umani.
Forse è per questo che ancora oggi, nel giorno della sua morte, continuiamo a provare un dolore che ha qualcosa di inspiegabile. Non piangiamo un’eroina dell’animazione giapponese. Piangiamo una parte della nostra educazione sentimentale. Piangiamo il momento in cui abbiamo scoperto che il coraggio non salva dalla morte e che la giustizia non garantisce la felicità. Da bambini ci avevano insegnato che gli eroi vincono. Oscar ci ha insegnato una lezione infinitamente più difficile: gli eroi, qualche volta, perdono tutto. E proprio per questo diventano immortali.
Lady Oscar non è un personaggio moderno. È un personaggio antico. Talmente antico da appartenere più alla Grecia che all’Illuminismo. Sotto l’uniforme della Guardia Reale non c’è una guerriera rivoluzionaria, ma un’eroina tragica. Come Antigone, sceglie una legge che ritiene superiore a quella del potere. Come Achille, sa che la fedeltà a sé stessa avrà un prezzo. Come Ettore, continua a combattere pur conoscendo il destino che la aspetta. La tragedia greca non nasce dalla sconfitta dell’eroe, ma dalla sua lucidità. L’eroe vede il precipizio e continua a camminare. Non perché ami morire, ma perché esistono valori davanti ai quali la sopravvivenza diventa un argomento insufficiente.
È qui che Lady Oscar smette di essere un personaggio e diventa una domanda filosofica. Quanto vale una vita se per conservarla bisogna tradire ciò che si ritiene giusto? La nostra epoca risponde quasi sempre allo stesso modo: vale più la vita. Oscar risponde diversamente. Vale più la coscienza. Non perché la morte sia desiderabile, ma perché una vita privata della propria verità è già una forma di morte.
Eppure sarebbe un errore leggere Oscar soltanto come il simbolo del coraggio. Il coraggio, da solo, rischia di diventare superbia. La sua vera grandezza risiede in qualcosa che il mondo contemporaneo sembra avere quasi dimenticato: la pietas.
Noi traduciamo questa parola con “pietà”, ma i Greci e poi i Romani le attribuivano un significato infinitamente più vasto. Era il rispetto per il limite umano, la capacità di riconoscere nell’altro una fragilità che è anche la nostra, il rifiuto di trasformare la forza in dominio. La pietas non è debolezza. È la più difficile delle virtù, perché obbliga chi è forte a non umiliare chi è debole e chi combatte a non perdere la propria umanità.
Oscar possiede questa qualità fino all’ultimo respiro. È un soldato addestrato alla disciplina e alla violenza, ma ogni sua scelta nasce da una forma ostinata di compassione. Quando lascia Versailles non lo fa per odio verso la monarchia, ma perché non sopporta più la sofferenza del popolo. Quando impugna le armi non combatte per conquistare il potere, bensì per impedire che il potere continui a divorare gli innocenti. Persino il suo amore per André appartiene alla pietas prima ancora che alla passione. Non è il desiderio di possedere qualcuno. È il riconoscimento reciproco di due solitudini che finalmente smettono di mentire.
Forse è questa la differenza tra gli eroi antichi e gli idoli moderni. Gli idoli cercano il successo, gli eroi cercano la verità. Gli idoli hanno bisogno di essere applauditi. Gli eroi, spesso, vengono fraintesi. Oscar attraversa tutta la propria esistenza senza appartenere davvero a nessun luogo. È troppo donna per il mondo degli uomini e troppo uomo per il destino riservato alle donne del suo tempo. Troppo aristocratica per il popolo, troppo giusta per la corte. Troppo libera per qualsiasi definizione. La sua identità non nasce dall’ambiguità, ma dalla fedeltà a una voce interiore che rifiuta ogni compromesso.
È questa solitudine, forse, a renderla così vicina agli eroi di Sofocle. La tragedia non è mai il conflitto fra bene e male. È il conflitto fra due beni incompatibili. Oscar ama la monarchia che ha servito con onore, ma ama di più la giustizia. Ama l’ordine, ma non può accettare un ordine costruito sull’ingiustizia. Ama la vita, ma non abbastanza da comprarla al prezzo della propria coscienza. La tragedia consiste proprio nell’impossibilità di tenere insieme tutto ciò che si ama.
Quando cade durante la Rivoluzione francese, il suo corpo muore, ma la sua figura entra definitivamente nel territorio del mito. E il mito, come insegnavano i Greci, non serve a consolare. Serve a ricordare. A ricordare che la libertà non è mai gratuita. Che ogni conquista umana nasce dal sacrificio di qualcuno. Che la dignità ha un prezzo e che la coscienza è sempre più scomoda dell’obbedienza.
Per questo, ogni anno,il 14 Luglio, la morte di Lady Oscar continua a commuovere migliaia di persone che pure conoscono perfettamente la finzione della sua storia. Perché il cuore umano distingue con straordinaria precisione ciò che è falso da ciò che è finto. Oscar è finta, ma non è falsa. La sua sete di giustizia, il suo senso del dovere, la sua pietas verso gli ultimi, la sua capacità di amare senza possedere e di combattere senza odiare appartengono alla parte più autentica dell’essere umano.
Ed è forse questa la definizione più alta di un eroe. Non colui che sconfigge il nemico. Ma colui che, mentre il mondo si abitua all’indifferenza, continua ostinatamente a ricordarci che la forza senza pietà genera soltanto altra violenza e che nessuna rivoluzione, nessun potere, nessuna vittoria meritano davvero di essere celebrate se, lungo il cammino, abbiamo smesso di riconoscere l’umanità nel volto dell’altro.
Mattia Gottardo




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