La moda italiana ama raccontarsi come l’ultima cattedrale del bello. Ma le cattedrali, nella storia, sono state costruite anche con il sudore di chi non compariva mai negli affreschi. Il Made in Italy non fa eccezione. Dietro le vetrine di via Monte Napoleone, dietro i palazzi di vetro dove si celebrano consigli di amministrazione e piani strategici, dietro i campus scintillanti dove si predica innovazione, inclusione e centralità delle persone, esiste un esercito silenzioso di designer la cui creatività viene divorata con la stessa velocità con cui viene sostituita. La moda italiana non sfrutta soltanto il lavoro. Consuma il tempo, l’entusiasmo e perfino l’identità di chi la rende possibile.
Ci hanno convinti che lavorare per una grande maison sia un privilegio. È il ricatto culturale più sofisticato che il lusso abbia mai inventato. Ti fanno credere che il nome stampato sul badge valga più del nome scritto sulla tua carta d’identità. Che il prestigio del marchio debba compensare ciò che manca nello stipendio, nelle prospettive, nella dignità professionale. È un meccanismo perfetto: quando il brand diventa una religione, chi lavora al suo interno finisce per sentirsi quasi in colpa nel chiedere semplicemente ciò che gli spetta.
Eppure quei marchi, quelli che fatturano miliardi raccontando al mondo il sogno italiano, non vendono soltanto borse o abiti. Vendono una narrazione. La narrazione di un Paese che avrebbe fatto del talento il proprio petrolio. Ma il petrolio, almeno, chi lo estrae viene pagato. Il talento italiano, invece, viene estratto, raffinato, commercializzato e, troppo spesso, sottopagato.
Il problema non è il mercato. Il problema è un sistema di potere che negli ultimi vent’anni ha sostituito la cultura del merito con quella dell’obbedienza. Si promuove chi non disturba, non chi eccelle. Si preferisce un professionista riconoscente a uno brillante, un carattere accomodante a una mente libera. Perché il talento pone domande. L’obbedienza produce soltanto fatture.
Poi arrivano gli HR. Custodi della più straordinaria contraddizione contemporanea. Parlano di “people first” mentre gestiscono le persone come una voce di costo. Organizzano workshop sulla leadership empatica e sulla felicità in azienda mentre alimentano un sistema fondato sull’ambiguità programmata. La loro specialità non è valorizzare i talenti. È rimandare le decisioni fino a quando sarà il talento stesso ad andarsene. È una forma di gestione tanto elegante quanto spietata: non licenziare chi vale. Basta convincerlo ad aspettare abbastanza a lungo da costringerlo ad andarsene da solo.
Così nascono le promesse infinite. «Il prossimo anno.» «Dopo la prossima review.» «Stiamo ridisegnando l’organizzazione.» «Sei assolutamente nel radar.» Frasi che si ripetono identiche mentre cambiano gli amministratori delegati, i direttori creativi, le campagne, perfino le iniziali sulle fibbie delle cinture. Cambia tutto, purché non cambi la distribuzione del potere.
Nel frattempo le maison celebrano record di fatturato, dividendi e marginalità. Organizzano sfilate spettacolari, installazioni monumentali, eventi in cui la parola “artigianalità” viene pronunciata con la stessa frequenza con cui, nei corridoi degli uffici stile, si pronuncia la parola “budget”. Per l’immagine non esistono limiti di spesa. Per chi quell’immagine la costruisce ogni giorno, invece, i limiti arrivano sempre molto prima.
Il paradosso è quasi offensivo. Lo stesso designer che in Italia viene invitato ad avere pazienza, quando attraversa le Alpi scopre improvvisamente di essere diventato prezioso. A Parigi, Londra, Anversa o Copenaghen nessuno gli regala nulla. Semplicemente lo pagano per quello che vale. Segno che il problema non è mai stato il talento. È sempre stato lo sguardo con cui il talento viene misurato.
E allora smettiamola di raccontare la favola della fuga dei cervelli come se fosse una calamità naturale. I cervelli non fuggono. Vengono espulsi. Con pazienza. Con educazione. Con sorrisi istituzionali. Con promesse mai mantenute. Con aumenti rimandati. Con percorsi di crescita che esistono soltanto nelle presentazioni PowerPoint dei dipartimenti Risorse Umane.
Il Made in Italy continuerà a vincere premi, a riempire musei e a essere celebrato come patrimonio culturale. Ma ogni volta che un designer prende un aereo con un contratto straniero in tasca, bisognerebbe avere l’onestà di dire che non stiamo assistendo a una semplice scelta personale. Stiamo guardando una sconfitta nazionale. Perché un Paese che considera il talento una risorsa da spremere anziché un patrimonio da proteggere finirà inevitabilmente per trasformare il proprio lusso in una gigantesca operazione di marketing. Bellissima da fotografare. Sempre più vuota da vivere.
Mattia Gottardo




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