La Cruise 2027 di Dior a Los Angeles lascia una sensazione strana. Non perché sia brutta, anzi. È probabilmente una delle collezioni più coerenti e visivamente controllate viste negli ultimi mesi. Ma proprio questa perfezione finisce per diventare il suo limite.
Jonathan Anderson costruisce uno show elegantissimo, immerso in una Los Angeles che sembra uscita da un melodramma noir degli anni Cinquanta: luci sporche, atmosfera lattiginosa, corpi che attraversano lo spazio lentamente come attrici alla fine di un film. Però, invece di usare quel paesaggio per parlare del presente, la collezione rimane continuamente sospesa dentro una nostalgia molto rassicurante.
Il riferimento più evidente non è tanto Dior quanto una certa femminilità già vista altrove: la malinconia intellettuale di Prada, soprattutto quella stagione delle Cadillac dove il corpo femminile sembrava già vivere dentro una specie di cinema mentale. Anche qui tutto appare rarefatto, distante, quasi irreale. Gli abiti sembrano sfiorare il corpo più che costruirlo: petali applicati ovunque, trasparenze leggere, lilla slavati, velluti liquidi, silhouette morbide che si disfano mentre camminano. È una donna-fiore romantica, delicata, elegantemente triste.
E in teoria potrebbe essere interessantissimo. Perché la donna-fiore appartiene davvero alla storia di Dior. Christian Dior parlava delle donne come corolle, come forme botaniche da scolpire. Ma nel 2027 quella figura cambia completamente significato. Negli anni del New Look il corpo femminile veniva ricostruito dopo la guerra attraverso una silhouette rigidissima: vita stretta, struttura, disciplina, lusso ostentato. Dietro il romanticismo c’era controllo. C’era una precisa idea di femminilità da imporre al corpo.
Qui invece quella tensione sparisce. Anderson non costruisce un corpo politico, né un corpo disturbante. Costruisce un corpo da contemplare. Le modelle sembrano fantasmi eleganti che attraversano la passerella senza peso, senza aggressività, senza erotismo reale. Tutto è morbido, malinconico, estremamente bello. Ma anche profondamente innocuo.
Ed è forse questo il punto più interessante della collezione: la moda contemporanea sembra avere sempre più paura dell’intensità. Non solo dello scandalo o della provocazione, ma proprio dell’eccesso emotivo. Ogni elemento della Cruise Dior viene immediatamente addolcito, controllato, reso compatibile con la circolazione digitale. Perfino i cappelli calligrafici di Philip Treacy, che in un altro momento storico sarebbero sembrati assurdi, teatrali, persino inquietanti, qui diventano semplicemente belli da fotografare.
La sensazione finale è che Jonathan Anderson non stia cercando di trasformare Dior, ma di renderla perfettamente fluida dentro il gusto contemporaneo: romantica ma non troppo sentimentale, sofisticata ma non aggressiva, couture ma senza eccesso, cinematografica ma mai davvero drammatica. È una collezione che non vuole creare fratture. Vuole creare atmosfera.
E forse è proprio questa la vera immagine del lusso oggi: non qualcosa che impone una visione radicale del corpo o del desiderio, ma qualcosa che produce stati emotivi leggeri, superfici malinconiche, nostalgie immediatamente consumabili. Los Angeles, città dove tutto diventa immagine, era quindi il luogo perfetto per questa Dior. Una collezione bellissima da guardare. Ma che, appena finita, sembra già dissolversi nella stessa nebbia romantica che aveva costruito.
Mattia Gottardo





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